LA CULTURA DELLE CITTÀ

DALL’INTRODUZIONE DI LEWIS MUMFORD

La città, quale si rivela nella storia, è il punto di massima concen­trazione dell’energia e della cultura di una comunità. In essa i raggi ir- radiantisi da parecchie sorgenti di vita sono messi a fuoco guadagnando in significato ed efficacia sociale. Perché il tracciato e la forma della città esprimono in modo visibile gli sviluppi della vita associata e perpetua­no in una forma stabile gli sviluppi transeunti della storia. La città è il simbolo delle relazioni sociali integrate: essa è la sede del tempio, del mercato, del tribunale, della scuola; con l’aiuto di tali istituzioni ed or­ganismi la sicurezza e la continuità prevalgono per lunghi periodi, men­tre edifici, monumenti, testimonianze permanenti arricchiscono la me­moria vivente. Nella città, il patrimonio di una civiltà si accresce e si moltiplica; nella città, l’esperienza umana si trasforma in segni validi, simboli, forme di amministrazione e sistemi di governo. In essa, anche i risultati della civiltà si concentrano nel punto focale; il rituale, che si sviluppa in arte, talvolta si trasforma nel dramma attivo di una società pienamente differenziata e consapevole.
Le città sono un prodotto della terra. Esse riflettono l’astuzia che il contadino impiega per dominare la terra: tecnicamente, sviluppano la sua abilità nello smuovere il suolo per scopi produttivi, nel chiudere per sicurezza il bestiame, nel regolare le acque che bagnano i campi, nel prov­vedere granai e magazzini per le messi. Le città sono l’emblema della vi­ta sedentaria che ebbe inizio con l’agricoltura stabile; una vita che si svolge giovandosi di ricoveri stabili, di impianti stabili, quali frutteti, vigneti e opere d’irrigazione c di edifici stabili per dimora c magazzi­naggio.
Ogni fase della vita in campagna contribuisce all’esistenza delle città. Ciò di cui il pecoraio, il boscaiolo, il minatore sono capaci si trasforma e sublima per mezzo della città in elementi durevoli del retaggio umano: i prodotti tessili e il burro del primo, le palizzate, gli sbarramenti, i canali di legno, le travi dell’altro, i metalli ed i gioielli del terzo diven­tano infine strumenti di vita cittadina, sostenendo la vita economica del­la città, contribuendo con arte e saggezza alla sua routine giornaliera. Nella città sono radunati tutti i tipi di prodotti essenziali del suolo, del lavoro e di ogni attività economica: ne nascono maggiori possibilità di scambi e di nuove combinazioni, irraggiungibili nell’isolamento delle di­more primitive. Ogni sviluppo economico, ogni progresso tecnico, ten­dono a produrre uno speciale residuo sociale.

Le città sono un prodotto del tempo. Esse sono gli stampi in cui si sono raffreddate e solidificate le vite degli uomini, imprimendo, per virtù dell’arte, forma durevole a momenti che sarebbero svaniti, altri­menti, al pari degli uomini, senza lasciare dietro a sé possibilità di rin­novo e di più vasta partecipazione. Nella città il tempo diventa visibi­le: edifici, monumenti, strade pubbliche sono più evidenti che le me­morie scritte, più soggetti agli sguardi di molti uomini che le opere uma­ne sparse nelle campagne, lasciano un’impressione duratura anche nel­le menti degli ignoranti o degli indifferenti. Il fatto materiale della con­servazione fa che il tempo sfidi il tempo, il tempo si opponga al tempo: abitudini e valutazioni si tramandino oltre i vivi del momento, impri­mendo il segno delle successive stratificazioni temporali ad ogni singo­la generazione. Stratificazione su stratificazione, i tempi passati si con­servano nella città finché la vita stessa non è minacciata di soffocamen­to: allora, per pura difesa, l’uomo moderno inventa il museo.

Con la varietà delle sue strutture temporali la città sfugge in parte alla tirannia di un presente isolato e alla monotonia di un futuro ridot­to a ripetere solamente una singola battuta udita nel passato. Grazie al­la complessa orchestrazione di tempo e di spazio, non meno che alla di­visione sociale del lavoro, la vita in città assume il carattere di una sinfo­nia: tendenze individuali specializzate, strumenti specializzati ottengo­no risultati sonori che né per qualità né per volume si sarebbero potuti realizzare con strumenti singoli. Da quella divisione gli uomini, nella città, ottengono un’unità più complessa, se, pure più instabile, di quel­la che possono realizzare nella famiglia o nel villaggio.

Le città nascono dalle necessità sociali degli uomini e moltiplicano i loro modelli e i loro metodi di espressione. Nella città forze ed influen­ze straniere si confondono con quelle locali: i loro contrasti non sono meno significativi delle loro armonie. Qui, grazie alla concentrazione delle possibilità di relazioni sociali sul mercato e nei luoghi di ritrovo si manifestano sistemi diversi di vita: gli usi del villaggio, profondamente radicati, non sono più d’obbligo e le passioni ancestrali non bastano più a tutto: uomini e donne stranieri, interessi estranei e divinità straniere allentano i tradizionali vincoli del sangue e del vicinato. Una nave in ar­rivo, una carovana che fa tappa in città, può portar con sé una nuova tintura per le lane, una nuova vernice per il piatto del vasaio, un nuovo sistema di segnalazioni per comunicare a distanza, o una nuova filoso­fia del destino umano.

Nell’ambiente urbano gli impulsi materiali danno risultati sociali: e necessità sociali possono trovar forma in progetti ed invenzioni che spin­gano industrie e governi in nuove direzioni sperimentali. Il bisogno di una posizione fortificata collettiva che serva di rifugio contro gli attac­chi di predoni riunisce gli abitanti di un villaggio indigeno nella fortifi­cazione in collina: l’unione forzata per la difesa è l’occasione di relazio­ni più regolari e di una cooperazione più vasta. Questo evento ha il suo peso nella trasformazione di un gruppo di villaggi in città unificata, con strutture più ardite ed orizzonti più vasti. L’esperienza sofferta in co­mune e lo stimolo ad una critica più razionale trasformano i riti delle fe­ste villerecce nelle più potenti forme evocative del dramma tragico: l’e­sperienza si approfondisce, circola più ampiamente attraverso questo sviluppo. Su tutt’altro piano, il deposito inattivo di oggetti preziosi da parte dell’orefice si trasforma, per l’impulso dei bisogni cittadini e del­le possibilità del mercato, in un dinamico agente del capitalismo; la ban­ca, che presta e custodisce denaro, mette capitali in circolazione e fini­sce col dominare i processi degli scambi e della produzione.

La città è un fatto naturale come una grotta, un nido, un formicaio. Ma è pure una cosciente opera d’arte, e racchiude nella sua struttura col­lettiva molte forme d’arte più semplici e più individuali. Il pensiero pren­de forma nella città; e a loro volta le forme urbane condizionano il pen­siero. Perché lo spazio, non meno del tempo, è riorganizzato ingegnosa­mente nelle città; nelle linee e contorni di cinte, nello stabilire piani oriz­zontali e sommità verticali, nell’utilizzare o contrastare la conformazio­ne naturale, la città registra l’atteggiamento di una cultura e di un’epo­ca di fronte agli eventi fondamentali della sua esistenza. La cupola e il campanile, la strada aperta ed il cortile chiuso, non raccontano soltanto la storia dei diversi adattamenti materiali, ma anche quella delle conce­zioni totalmente diverse del destino umano. La città è contemporanea­mente uno strumento materiale di vita collettiva ed un simbolo di quel­la comunanza di scopi e di consensi che nasce in circostanze cosi favore­voli. Col linguaggio essa rimane forse la maggior opera d’arte dell’uomo.

Nota [86]

Titolo
La cultura delle città
Autore
Lewis Mumford
Editore
Edizioni di Comunità