Aspettando i barbari

«Che cosa aspettiamo qui riuniti nell’agorà?»
È che oggi dovrebbero arrivare i barbari.
«Perché in senato c’è tanta inerzia?
Che stanno a fare i senatori? Perché non fanno leggi?»
Perché oggi arriveranno i barbari.
Che leggi vuoi che facciano i senatori?
Una volta arrivati i barbari, saranno loro a farle.
«Perché il nostro imperatore si è alzato così presto,
e siede davanti alla porta maggiore della città
sul trono, in posa solenne, con la corona in testa?»
Perché oggi arriveranno i barbari.
E l’imperatore aspetta di ricevere
il loro capo. Anzi, ha preparato anche
una pergamena da dargli. Dentro,
ci ha scritto molti titoli e nomi.
«Perché i nostri due consoli e i pretori sono usciti
oggi con le toghe rosse, tutte ricamate?
Perché hanno indossato bracciali con tante ametiste,
e anelli con smeraldi splendidi e luccicanti?
Perché, proprio oggi, impugnano scettri preziosi
cesellati d’argento e d’oro?»
Perché oggi arriveranno i barbari:
e queste cose li abbagliano, gli fan perdere la testa.
«Perché i retori esperti non vengono come sempre
a tenere i loro discorsi e a dire la loro opinione?»
Perché oggi arrivano i barbari:
e loro non ne vogliono sapere di discorsi eloquenti e arringhe.
«Perché, d’un tratto, sorge questa inquietudine,
quest’ansia (e guarda i visi: come sono diventati seri!)?
Perché si svuotano in fretta le strade e le piazze
e tutti tornano a casa sovrappensiero?»
Perché si è fatta notte e i barbari non sono arrivati.
E c’è gente, venuta dai confini,
che ha detto che dei barbari non c’è più traccia.
E ora che ne sarà di noi, senza più i barbari?
Questa gente, in fondo, era una soluzione.

Costantino Kavafis, Poesie, Milano, Garzanti, 2017, trad. di Andrea di Gregorio


Nel capitolo “Robinsoniade”, Darran Anderson cita questa meravigliosa poesia Kavafis, sottolineando come i barbari siano in realtà già dentro le mura. L’alterità è il nostro ossigeno. Senza barbari moriremmo e loro sono l’altro, come noi siamo l’altro per loro. Una riflessione da brividi di questi tempi che non può che riecheggiare la sensazione di inerzia e stordimento di Drogo, imprigionato nel “Deserto dei tartari” di Buzzati in attesa di un nemico che non giunge mai. Charles Simić ha definito questa poesia “una descrizione appropriata di ogni stato che ha bisogno di nemici, reali o immaginari, come una scusa perpetua”.

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