Da “Jazz”

di Toni Morrison

Questa Città mi piace un casino.

La luce del giorno fende gli edifìci come la lama di un rasoio tagliandoli in due. Nella parte superiore si vedono volti affacciati e non è facile dire quali siano di persone e quali opera degli scalpellini. Quella inferiore è in ombra, lì trovano posto le cose blasé: clarinetti e amplessi, pugni e voci dolenti di donne. Una città così mi fa volare, e le cose me le fa sentire dentro. Brrr. È per via dell’acciaio lucente, che freme sopra l’ombra. Quando guardo le strisce di erba verde lungo il fiume, i campanili delle chiese e gli atri ramati e color crema degli edifici, mi sento forte. Certo, ci si sente soli, ma in gambissima e indistruttibili – come la Città nel 1926 quando non ci sono né ci saranno mai più guerre. Le persone laggiù all’ombra se ne rallegrano. Finalmente, finalmente tutto è nel futuro. Lo dicono i più accorti, e chi li ascolta e legge quanto scrivono è d’accordo: È in arrivo il nuovo. Occhio. La tristezza se ne va. Il male. Quello a cui nessuno poteva farci niente. Il modo in cui tutti erano, là e allora. Dimenticatelo. La storia appartiene al passato, come tutti voi, e tutto è proiettato nel futuro, finalmente. Nelle sale e negli uffici la gente medita su progetti futuri, ponti e treni sotterranei veloci ed efficienti.

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