Cartografie e canovacci degli spazi bianchi


Davanti alle vaste distese di terra che rivelavano l’altrettanto vasta dimensione della propria ignoranza, i potenti d’Europa cercarono di colonizzare narrativamente le aree che non potevano raggiungere, in un tentativo di controllo e rassicurazione. Secoli dopo avrebbero collocato dittatori favorevoli negli stati satellite; a quell’epoca lo facevano con personaggi immaginari, tra cui uno citato da Marco Polo. Nel 1165, l’imperatore bizantino Manuele I Comneno ricevette una lettera che sembrava provenire dalla corte sconosciuta di un tale Prete Gianni, autoconsacratosi “Signore dei Signori”. Vantava un regno che superava “ogni ricchezza che c’è sotto il cielo”, “dall’India Maggiore […] i nostri domini si inoltrano nel deserto, si spingono verso i confini d’Oriente e ripiegano poi verso Occidente sino a Babilonia deserta, presso la torre di Babele.”[1]

Ospitava un assortimento di creature appena credibili (elefanti, rinoceronti, ecc.) e mitologiche (“grifoni, … uomini cornuti, fauni, satiri e donne della stessa specie, pigmei, cinocefali, giganti alti quaranta cubiti, monocoli, ciclopi”). L’autore della lettera parlava delle terre del mondo conosciuto e di come sarebbero state colpite da alcune sfortune apocalittiche. Nello stile biblico, le rivelazioni di utopie erano definite per contrasto con le distopie, “la nostra terra stilla miele ed è ricolma di latte. Gli animali velenosi non possono abitarvi né far male ad alcuno” (si presume che i sopraccitati ciclopi e grifoni fossero addomesticati). Eppure, persino in questo antico esempio, è chiaro che utopie e distopie sono intrecciate:

“Tra di noi nessuno mente né vi è chi possa mentire. E se qualcuno qui comincia a mentire, muore all’istante, vale a dire che tra noi è tenuto per morto e mai più sentiamo parlare di lui, vale a dire che mai più riceve onori da noi. […] Nessun vizio ha potere presso di noi.”

Possiamo dibattere sugli aspetti pratici di un mondo in cui nessuna bugia è permessa o sull’esistenza del piacere in un mondo senza vizi (se, stranamente, si eccettua il cannibalismo) e su come un tale paradiso, o un paradiso qualsiasi, possa funzionare senza che vi sia una tirannia.

Seguono ovviamente i fiumi portatori di vita, i gioielli infiniti e gli amuleti protettivi, nonostante i voli di fantasia fatti di salamandre che filano seta e abitano nel fuoco, un fiume di pietre che scompaiono e un oceano di sabbia che pullula di pesci. Il palazzo centrale stesso è un concentrato di meraviglie o di pacchiani orrori barocchi: finestre di cristallo, tavoli d’oro, colonne d’avorio e sfere scintillanti come mele dorate. I cavalieri partecipano ai tornei al chiuso, con i cavalli che scivolano nel panico a zampe divaricate su pavimenti lisci di onice. Se gli abitanti non hanno sufficiente rispetto o timore per obbedire, ecco un prototipo di teleschemo: “Di fronte alla porta del nostro palazzo […] vi è uno specchio […] custodito da 12.000 uomini armati, tanto di giorno, quanto di notte. […] Ogni cosa che a nostro vantaggio o a nostro danno si compie nelle province vicine e a noi soggette può essere vista e appresa con assoluta certezza dai sorveglianti”. Tale fu il fascino di questa innovazione che favorì la comparsa di quella che prese il nome di “speculum literature”, l’analisi e la catalogazione di ogni aspetto della vita. Esaminare significava dominare.

 Al culmine di tale fascinazione, il desiderio di esplorare e catalogare si sviluppò nella moda delle Wunderkammer o “gabinetti delle curiosità”, raccolte deliberatamente stravaganti di rarità, dagli uccelli estinti imbalsamati alle zanne dei narvali. Molte di esse erano inventate, sia in modo esplicito (i dipinti protosurreali di Bosch o Arcimboldo ad esempio), sia ingannevole (un artiglio di drago essiccato o l’ultimo respiro di Cesare in bottiglia). Il Musaeum Tradescantianum di John Tradescant conteneva un artiglio di sirena e un’oca prodotta da un albero. In qualche caso, si aveva notizia di poteri magici intriganti. Nel caso del “Gran Cane”, menzionato nei viaggi di John Mandeville, vi sono entrambi gli elementi: “Quindi i menestrelli riprendono a cantare e a suonare i loro strumenti con tutta l’arte di cui sono capaci […] davanti all’imperatore vengono portati leoni, leopardi e altre specie di animali […] e degli incantatori che compiono numerosi prodigi. Fanno apparire nell’aria, per artificio, sia il sole sia la luna, proprio davanti agli occhi di tutti…”[2]

Queste contraffazioni, chiacchiere e inseguimenti selvaggi dietro a oche cresciute sugli alberi appartengono a un’epoca remota, tuttavia le Wunderkammer subirono un’evoluzione fino a diventare i musei di oggi (con una strana diramazione verso i fenomeni da circo, i freak show itineranti). L’intento originale delle camere delle meraviglie non era semplicemente mettere in mostra oggetti strani, ma propagandare la vastità e la diversità del regno coloniale e rafforzare il dominio su di esso[3]. Inconsciamente, era anche un’ammissione dell’insicurezza dei regnanti dell’epoca. Raccogliere e catalogare significa tentare di controllare, e controllare significa avere dubbi e paure.

Gli oggetti esposti nelle Wunderkammer erano accompagnati da una forma di vendetta di rimbalzo. Inevitabilmente si poneva la questione se tali oggetti fossero semplicemente “altro” o si opponessero al pensiero convenzionale. Quando minacciarono le gerarchie, messe a punto con attenzione, della corte e dei cieli, furono dannate come eresie; ma le indagini e le collezioni continuarono in privato. Alcune menti analitiche, e non imperatori vanagloriosi, iniziarono a mettere insieme le proprie Wunderkammer e, attraverso i propri studi, cominciarono a notare non solo le differenze tra strane creature fossili, ma anche le loro somiglianze. La magia lasciò il posto alla scienza, l’alchimia alla chimica, il disegno divino alla selezione naturale. Il mondo non poteva più essere contenuto nelle vetrine.


[1] Umberto Eco Costruire il nemico, p. 253.

[2] John Mandeville, Viaggi, ovvero trattato delle cose più meravigliose e più notabili che si trovano al mondo, p. 160.

[3] Maschere africane, obelischi egizi e intagli orientali, oltre ai viaggi, crimini e intrighi che li hanno portati nelle nostre capitali, indicano che questa motivazione imperialistica ha impiegato molto a scomparire.

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